IL TEMA DEI DIRITTI DEGLI ANIMALI IN LETTERATURA E FILOSOFIA

Affrontato in epoca moderna in modopiù sistematico e organico, il tema della definizione dei diritti degli animali ha avuto grande spazio nella storia della letteratura e della filosofia.

Grazie anche all'influenza crescente di correnti di pensiero come vegetarianismo e veganismo, siamo ormai abituati ad associare agli animali dei diritti fondamentali che neanche il più insensibile tra gli uomini potrebbe mettere in dubbio. Ma la storia del pensiero ha prodotto definizioni spesso contrastanti con quelle attuali, posizioni che – oggi come oggi – fatichiamo persino a giustificare.

GLI ANIMALI-MACCHINE DI CARTESIO

Cartesio, il filosofo che per primo postulò l'indipendenza dell'anima dal corpo attraverso la distinzione tra res cogitans e res extensa, riteneva che gli animali fossero come delle macchine e per questo privi di ogni facoltà cognitiva: se non sono dotati di ragione non possono soffrire, sosteneva in sintesi il pensatore francese. Indubbiamente viene facile oggi, a quasi 4 secoli dalla sua morte, pavoneggiarsi con approcci progressisti che sottolineino come uomini e animali debbano avere pari diritti. La verità è che una vera e propria definizione organica dei diritti degli animali ha faticato molto ad imporsi e ad acquisire centralità all'interno del dibattito letterario come filosofico.

IL VEGETARISMO DI PITAGORA

Il primo a parlare di vegetarismo fu Pitagora, celebre filosofo vissuto nell'epoca immediatamente precedente all'Età dell'Oro della Grecia Classica. Fervido sostenitore della metempsicosi, il pensatore ellenico riteneva fosse inumano mangiare animali, proprio per la paura che nel corpo di qualche animale risiedesse l'anima di un uomo.

Com'è facile intuire, in questo caso sarebbe sbagliato considerare la posizione del pensatore ellenico come una prima forma di definizione di diritti degli animali, perché la ragione che spinge Pitagora all'approccio vegetariano non ha nulla a che vedere con la sensibilità animale ma è ancora indissolubilmente legata a quella umana.

MONTAIGNE E LA PRIMA PARIFICAZIONE TRA UOMO E ANIMALE

Il primo a paragonare la capacità di sentire il dolore propria dell'uomo a quella degli animali è Montaigne, filosofo scettico del XVI secolo. Riprendendo le critiche sulla crudeltà sugli animali espresse da Plutarco, Montaigne arriva a sostenere come non ci siano differenze sostanziali tra uomo e animale, dal momento che entrambi non possono avere certezze che derivino dal proprio ragionamento. E' un approccio che parte dallo scetticismo verso le capacità umane di accedere alla Verità per arrivare a parificare e riconoscere gli animali come parigrado.

VOLTAIRE E L'ODIO VERSO LA VIVISEZIONE DEGLI ANIMALI

“Che vergogna, che miseria, aver detto che le bestie sono macchine prive di conoscenza e sentimento, che fanno sempre tutto ciò che fanno nella stessa maniera, che non imparano niente, non si perfezionano”. Parole e musica di Voltaire, che così risponde a Cartesio. Il filosofo illuminista parte dalla critica all'approccio teologico che vede l'uomo come ontologicamente superiore all'animale per arrivare a stigmatizzare aspramente la vivisezione, considerata un autentico atto di barbarie.

BENTHAM E IL PRIMO PASSO VERSO UNA VERA DEFINIZIONE DI “DIRITTI DEGLI ANIMALI”

Il primo a offrire una vera definizione di diritti degli animali nella storia della letteratura e della filosofia fu Bentham, pensatore legato alla corrente utilitarista vissuto nella seconda metà del XVIII secolo. Scrive nell'Introduzione ai principi della morale e della legislazione: “verrà il giorno in cui gli animali del creato acquisiranno quei diritti che non avrebbero potuto essere loro sottratti se non dalla mano della tirannia”.

Con una certa dose di coraggio e sfrontatezza, arrivò a sostenere come il criterio della razionalità per distinguere un uomo da un cane sia pericoloso. Un cane adulto è infatti in grado di esprimere i propri pensieri in modo più chiaro di un neonato. La domanda da porci quando ci approcciamo a un bambino come al suo animale domestico non è quindi “Può ragionare?” ma “Può soffrire?”.

SINGER E REGAN E LA LIBERAZIONE ANIMALE

Nel '900 letteratura e filosofia hanno dato sempre più rilevanza al tema dei diritti degli animali. Moltissimi poeti e scrittori hanno scritto a favore della “liberazione animale”, ma anche medici e professionisti provenienti dai settori più disparati. Il filosofo Piero Martinetti, il premio Nobel per la Pace Albert Schweitzer, il giurista Cesare Goretti, il politico Aldo Capitini fino ad arrivare ai contemporanei Umberto Veronesi – celeberrimo oncologo – e all'astrofisica Margherita Hack si sono schierati con forza a tutela dei diritti dei nostri fedeli amici a quattro zampe. Le due figure che però hanno orientato con forza il pensiero contemporaneo riguardo al tema sono stati certamente Peter Singer e Tom Regan, ottenendo lo stesso risultato ma percorrendo vie agli antipodi.

LA DEFINIZIONE DI SINGER

“Se un essere soffre, non ci può essere una giustificazione morale per rifiutare di prendere in considerazione questa sofferenza. Non importa quale sia la natura di questo essere, il principio d'uguaglianza richiede che la sua sofferenza sia valutata alla pari di sofferenze simili – nella misura in cui è possibile fare queste comparazioni – di qualsiasi altro essere”. In poche righe il pensiero lineare e coerente di Singer, considerato dai più come il vero e proprio fondatore del moderno movimento a tutela dei diritti degli animali.

Singer parte dal presupposto che uomini e animali condividano la capacità di provare dolore e in generale tutte le sensazioni fisiche, mentre quelle che vengono considerate le peculiarità dell'uomo – capacità di esprimere un pensiero a parole e agire in modo razionale – in realtà non sono condivise dai soggetti marginali, come i neonati o le persone affette da problemi neurologici.

LA DEFINIZIONE DI REGAN

Mentre Singer si concentra sulle azioni che gli uomini compiono nei confronti degli animali, Regan inverte il soggetto e mette al centro della sua riflessione gli animali stessi.

“...gli animali sono trattati, di routine e sistematicamente, come se il loro valore fosse riducibile alla loro utilità per gli altri, di routine e sistematicamente sono trattati con mancanza di rispetto, e anche i loro diritti vengono di routine e sistematicamente violati”. Gli animali, come gli uomini, sono infatti per Regan “soggetti di vita” e quindi “esseri autocoscienti” dotati di valore intrinseco. Esattamente come gli uomini.

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Tutto ciò che può sentire dolore non dovrebbe essere sottoposto al dolore”

(R. M. Dolgin)

 

 

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